Se la scuola dovesse essere un’agenzia
formativa di natura prettamente addestrativa, non avrebbe un futuro.
Se dovesse limitarsi a constatazioni del
tipo: il ragazzo conosce questo, sa applicare le seguenti regole, in tali
situazioni agisce con competenza, utilizzando queste soluzioni, la scuola avrebbe
poche chance di sopravvivere.
Basta un monitor, un computer, il
collegamento internet, un insegnante virtuale e il gioco è fatto: stessi
risultati, stesse conoscenze, stessa preparazione, ma più economicità, comodità
e velocità.
C’è Internet, ci sono i corsi on line, le
piattaforme e-learning che, giorno dopo giorno, diventano sempre più numerose,
più ricche di contenuti e soluzioni di apprendimento.
Ci si registra, si sceglie il corso che
interessa, si studia su materiali aggiornati, multimediali, interattivi,
videolezioni che possono essere viste e riviste, dispense, link a siti o pagine
web particolari.
Poi si controllano le conoscenze mediante
test strutturati che verificano i progressi e che consigliano quali parti del
corso rivedere.
C’è la possibilità di monitorare il tempo di
collegamento nella piattaforma, quale materiale didattico si è scaricato, quali
video sono stati visionati. C’è il forum, la chat, il newsgroup con cui si può
colloquiare con altri corsisti e con i tutor, chiedere chiarimenti, risoluzione
di problemi, consigli.
Ci sono le videoconferenze sincrone, c’è la
tecnologia VoIP con cui si può videocomunicare e condividere contemporaneamente
una lavagna su cui inserire schemi, mappe, disegni, scritti, link. Tutto questo
è apprendimento collaborativo, comunità di apprendimento on line, apprendimento
costruttivista sociale, cooperative learning.
C’è, poi, la FAD (formazione a distanza) dell’ultima
generazione, il web 2 e i learning object.. In qualsiasi momento e luogo ci si
scarica il podcast di una lezione e la si ascolta con un semplice smartphone.
In qualsiasi momento si possono ricevere le news grazie agli rss (really simple
syndication), il più popolare formato per la distribuzione dei contenuti web.
Queste tecnologie traducono facilmente in
realtà quello che l’Unione Europea, sin dalla sua costituzione (si pensi ai
libri bianchi di Delors e Cresson, rispettivamente) e ancor prima l’UNESCO (con
P. Lengrand, il rapporto Faure e lo stesso Delors), hanno auspicato (“l’utopia
necessaria”): la formazione durante tutto l’arco della vita (LLL program),
l’educazione degli adulti, la formazione continua.
Per giungere a un’economia basata sulla
conoscenza più competitiva del mondo, attraverso la “triangolazione”: capitale
umano, apprendimento permanente, innovazione (Lisbona 2000).
C’è, poi, l’”University of Everywhere“, fresca
realtà dell’università di Stanford, realizzata da collaboratori del colosso
Google e dal visionario prof. S. Thrun, docente di Intelligenze Artificiali che
già coinvolge centinaia di migliaia di studenti sparsi per il mondo.
Tutto ciò rappresenta una rivoluzione nel
mondo dell’apprendimento e dell’istruzione più evoluta e innovativa dai tempi
di Socrate.
Un rischio, però, c’è.
Oltre alla possibilità di cheating, come nei
metodi tradizionali del resto, i corsi on line potrebbero essere votati dagli
allievi come i libri su Amazon (e qui nulla da obiettare), gli insegnamenti
venduti come aste su eBay, gli studenti conquistare crediti dei livelli di
abilità come nei videogiochi.
Si passerebbe, in tal modo, a un suk della
formazione.
Per evitare ciò, dunque, se la scuola vuole
continuare ad esistere, deve essere unica, insostituibile, dare di più e
meglio.
L’avvocato che aiuterà un potente mafioso che
ha ucciso o fatto soffrire della gente innocente, avrà ricevuto una buona
educazione scolastica?
L’ingegnere che contribuisce ad arricchire
con illeciti guadagni l’imprenditore edile, risparmiando sui materiali,
inquinando e distruggendo l’ambiente, mettendo a rischio la vita di persone,
potrà dirsi alunno di una scuola efficace?
Il dottore in economia, manager di
un’azienda, che fa guadagnare i propri azionisti grazie a licenziamenti
selvaggi e chiusure di fabbriche, con relativo trasferimento in paesi del tutto
privi di diritti sindacali e i minori sfruttati, sarà un degno esempio di riuscita educativa?
La scuola frequentata dall’informatico che
realizza siti per pedofili, che spingono lo sfruttamento alla prostituzione o
che sottrae informazioni riservate ad aziende e privati illecitamente, potrà
andare fiera del risultato ottenuto?
Dunque non solo bravi professionisti,
avvocati, ingegneri, informatici o economisti competenti.
Soprattutto uomini e donne, libere cittadine,
persone autonome, dotate di senso critico, di iniziativa, attive nel recepire
nuova cultura e capaci di muoversi nella società globale dell’informazione.
Per questo conoscenze, abilità e competenze dovranno
essere impregnate da questi due paradigmi epistemologici, oserei dire fondanti,
opera resa sostenibile grazie alle indicazioni di alcune fondamentali leggi
dell’ultimo decennio.
- Non
si può imparare perdendo di vista l’uomo e il pianeta su cui vive. Tutto quello
che avviene nel mondo influenza ogni persona e, nello stesso tempo, ognuno di
noi ha la responsabilità di interferire sugli altri e sul proprio ambiente. E’ sbagliato
concepire la complessità umana frazionandola e compartimentando le scienze,
dalla letteratura e dalla filosofia. Sarebbe quindi giunto il momento di porre
fine alla guerra tra discipline, scientifiche contro umanistiche, matematica
contro italiano, avviata da Giovanni Gentile.
L’uomo, il suo pianeta, il suo cosmo, possono
essere conosciuti attraverso la totalità dei punti di vista: quella biologica e
fisica, quella delle idee del suo pensare e della sua storia, il suo ambiente,
l’arte e la poesia.
Il vocabolo “diverso” dovrebbe essere usato
solo per capire, discernere, analizzare ma, poi, è necessario ricomporre, far
rientrare nel tutto.
Gli esseri umani, avendo gli stessi problemi
di vita o di morte, all’interno dello stesso habitat, vivono in una stessa
comunità di destino. Tutto questo conduce alla comprensione dell’altro, del
proprio simile, alla capacità di effettuare il transfert, allontanando quell’egocentrismo
che, come avveniva nei bambini studiati da Piaget, non ci permette di vedere il
mondo con gli occhi e con la testa degli altri.
Tutto questo per una prospettiva etica del
genere umano fondata sulla democrazia globale di una comunità planetaria, sulla
cittadinanza terrestre la cui patria è il pianeta Terra, il villaggio globale
di McLuhan.
- La conoscenza deve, inoltre, essere
contestualizzata, mai estrapolata dal resto, cogliere il legame delle parti con
lo scopo di capire il tutto. Separare le parti, studiarne i dettagli, quindi
inserirle nel tutto e, nel fare questo, considerare la possibilità dell’errore
insito nella stessa conoscenza. Il principio di indeterminazione di Heisenberg
e il teorema di incompletezza di Godel sarebbero da soli sufficienti a comprendere
quanto sia fondamentale l’approccio all’errore e quanto errato accettare
acriticamente teorie omnicomprensive che, da sole, pretendono di spiegare il
tutto.
L’alternativa è, quindi, gestire l’errore e
l’incertezza. In caso contrario si replicherebbe la possibilità di essere
abbagliati da credenze, miti, postulati e assiomi sovradeterminati.
Come Platone scrisse dei prigionieri
incatenati nella caverna o Bacone degli idola theatri.
E ciò può succedere quanto più la
“conoscenza” vive in splendida solitudine e lontana dal globale.
Per ottenere tutto questo, sono necessari
insegnanti “giusti” perché, come affermava C. Rogers, una persona sbagliata che
adotta metodi giusti, farà cose sbagliate, viceversa se una persona giusta,
adotta metodi sbagliati, farà cose giuste.
Sono necessari insegnanti che svolgano il
proprio lavoro con passione, autorevoli e che facciano cose con autorevolezza,
che agiscano mentre insegnano, che diano, al tempo, conoscenza ed esempio, saperi e modelli.
Insegnanti che vivano quel che
insegnano, che siano proattivi e trasmettano energia, motivazione e forza ai
ragazzi, gioia di imparare e crescere.
Può succedere che, a causa del passaggio dalla
scuola del programma a quella della programmazione e della progettazione, si sia
insistito, giustamente, sulla centralità dell’alunno, perdendo di vista
l’insegnante.
Si è, infatti, parlato del docente come colui che
guida, che negozia significati e precisa termini. Ciononostante guidare non è
facile, non è banale. Tra guidare bene o male vi è la stessa differenza tra il
professionista competente che fa cose giuste e l’altro che, pur competente, fa cose sbagliate e aiuta i malvagi.
Se la scuola vuole che i propri alunni
diventino avvocati, ingegneri, informatici ma soprattutto, uomini giusti, deve
affidarsi a insegnati giusti.
Lo stesso Erasmo da Rotterdam soleva dire,
del resto, “il reciproco amore tra chi insegna e chi apprende è il primo e più
importante scalino verso la conoscenza”.
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