venerdì 16 dicembre 2011

QUALE SCUOLA?

Se la scuola dovesse essere un’agenzia formativa di natura prettamente addestrativa, non avrebbe un futuro.
Se dovesse limitarsi a constatazioni del tipo: il ragazzo conosce questo, sa applicare le seguenti regole, in tali situazioni agisce con competenza, utilizzando queste soluzioni, la scuola avrebbe poche chance di sopravvivere.
Basta un monitor, un computer, il collegamento internet, un insegnante virtuale e il gioco è fatto: stessi risultati, stesse conoscenze, stessa preparazione, ma più economicità, comodità e velocità.
C’è Internet, ci sono i corsi on line, le piattaforme e-learning che, giorno dopo giorno, diventano sempre più numerose, più ricche di contenuti e soluzioni di apprendimento.
Ci si registra, si sceglie il corso che interessa, si studia su materiali aggiornati, multimediali, interattivi, videolezioni che possono essere viste e riviste, dispense, link a siti o pagine web particolari.
Poi si controllano le conoscenze mediante test strutturati che verificano i progressi e che consigliano quali parti del corso rivedere.
C’è la possibilità di monitorare il tempo di collegamento nella piattaforma, quale materiale didattico si è scaricato, quali video sono stati visionati. C’è il forum, la chat, il newsgroup con cui si può colloquiare con altri corsisti e con i tutor, chiedere chiarimenti, risoluzione di problemi, consigli.
Ci sono le videoconferenze sincrone, c’è la tecnologia VoIP con cui si può videocomunicare e condividere contemporaneamente una lavagna su cui inserire schemi, mappe, disegni, scritti, link. Tutto questo è apprendimento collaborativo, comunità di apprendimento on line, apprendimento costruttivista sociale, cooperative learning.
C’è, poi, la FAD (formazione a distanza) dell’ultima generazione, il web 2 e i learning object.. In qualsiasi momento e luogo ci si scarica il podcast di una lezione e la si ascolta con un semplice smartphone. 
In qualsiasi momento si possono ricevere le news grazie agli rss (really simple syndication), il più popolare formato per la distribuzione dei contenuti web.
Queste tecnologie traducono facilmente in realtà quello che l’Unione Europea, sin dalla sua costituzione (si pensi ai libri bianchi di Delors e Cresson, rispettivamente) e ancor prima l’UNESCO (con P. Lengrand, il rapporto Faure e lo stesso Delors), hanno auspicato (“l’utopia necessaria”): la formazione durante tutto l’arco della vita (LLL program), l’educazione degli adulti, la formazione continua.
Per giungere a un’economia basata sulla conoscenza più competitiva del mondo, attraverso la “triangolazione”: capitale umano, apprendimento permanente, innovazione (Lisbona 2000).
C’è, poi, l’”University of Everywhere“, fresca realtà dell’università di Stanford, realizzata da collaboratori del colosso Google e dal visionario prof. S. Thrun, docente di Intelligenze Artificiali che già coinvolge centinaia di migliaia di studenti sparsi per il mondo.
Tutto ciò rappresenta una rivoluzione nel mondo dell’apprendimento e dell’istruzione più evoluta e innovativa dai tempi di Socrate.
Un rischio, però, c’è.
Oltre alla possibilità di cheating, come nei metodi tradizionali del resto, i corsi on line potrebbero essere votati dagli allievi come i libri su Amazon (e qui nulla da obiettare), gli insegnamenti venduti come aste su eBay, gli studenti conquistare crediti dei livelli di abilità come nei videogiochi.
Si passerebbe, in tal modo, a un suk della formazione.
Per evitare ciò, dunque, se la scuola vuole continuare ad esistere, deve essere unica, insostituibile, dare di più e meglio.

L’avvocato che aiuterà un potente mafioso che ha ucciso o fatto soffrire della gente innocente, avrà ricevuto una buona educazione scolastica?
L’ingegnere che contribuisce ad arricchire con illeciti guadagni l’imprenditore edile, risparmiando sui materiali, inquinando e distruggendo l’ambiente, mettendo a rischio la vita di persone, potrà dirsi alunno di una scuola efficace?
Il dottore in economia, manager di un’azienda, che fa guadagnare i propri azionisti grazie a licenziamenti selvaggi e chiusure di fabbriche, con relativo trasferimento in paesi del tutto privi di diritti sindacali e i minori sfruttati,  sarà un degno esempio di riuscita educativa?
La scuola frequentata dall’informatico che realizza siti per pedofili, che spingono lo sfruttamento alla prostituzione o che sottrae informazioni riservate ad aziende e privati illecitamente, potrà andare fiera del risultato ottenuto?

Dunque non solo bravi professionisti, avvocati, ingegneri, informatici o economisti competenti.
Soprattutto uomini e donne, libere cittadine, persone autonome, dotate di senso critico, di iniziativa, attive nel recepire nuova cultura e capaci di muoversi nella società globale dell’informazione.
Per questo conoscenze, abilità e competenze dovranno essere impregnate da questi due paradigmi epistemologici, oserei dire fondanti, opera resa sostenibile grazie alle indicazioni di alcune fondamentali leggi dell’ultimo decennio.

 - Non si può imparare perdendo di vista l’uomo e il pianeta su cui vive. Tutto quello che avviene nel mondo influenza ogni persona e, nello stesso tempo, ognuno di noi ha la responsabilità di interferire sugli altri e sul proprio ambiente. E’ sbagliato concepire la complessità umana frazionandola e compartimentando le scienze, dalla letteratura e dalla filosofia. Sarebbe quindi giunto il momento di porre fine alla guerra tra discipline, scientifiche contro umanistiche, matematica contro italiano, avviata da Giovanni Gentile.
L’uomo, il suo pianeta, il suo cosmo, possono essere conosciuti attraverso la totalità dei punti di vista: quella biologica e fisica, quella delle idee del suo pensare e della sua storia, il suo ambiente, l’arte e la poesia.
Il vocabolo “diverso” dovrebbe essere usato solo per capire, discernere, analizzare ma, poi, è necessario ricomporre, far rientrare nel tutto.
Gli esseri umani, avendo gli stessi problemi di vita o di morte, all’interno dello stesso habitat, vivono in una stessa comunità di destino. Tutto questo conduce alla comprensione dell’altro, del proprio simile, alla capacità di effettuare il transfert, allontanando quell’egocentrismo che, come avveniva nei bambini studiati da Piaget, non ci permette di vedere il mondo con gli occhi e con la testa degli altri.
Tutto questo per una prospettiva etica del genere umano fondata sulla democrazia globale di una comunità planetaria, sulla cittadinanza terrestre la cui patria è il pianeta Terra, il villaggio globale di McLuhan.

- La conoscenza deve, inoltre, essere contestualizzata, mai estrapolata dal resto, cogliere il legame delle parti con lo scopo di capire il tutto. Separare le parti, studiarne i dettagli, quindi inserirle nel tutto e, nel fare questo, considerare la possibilità dell’errore insito nella stessa conoscenza. Il principio di indeterminazione di Heisenberg e il teorema di incompletezza di Godel sarebbero da soli sufficienti a comprendere quanto sia fondamentale l’approccio all’errore e quanto errato accettare acriticamente teorie omnicomprensive che, da sole, pretendono di spiegare il tutto.
 L’alternativa è, quindi, gestire l’errore e l’incertezza. In caso contrario si replicherebbe la possibilità di essere abbagliati da credenze, miti, postulati e assiomi sovradeterminati.
Come Platone scrisse dei prigionieri incatenati nella caverna o Bacone degli idola theatri.
E ciò può succedere quanto più la “conoscenza” vive in splendida solitudine e lontana dal globale.

Per ottenere tutto questo, sono necessari insegnanti “giusti” perché, come affermava C. Rogers, una persona sbagliata che adotta metodi giusti, farà cose sbagliate, viceversa se una persona giusta, adotta metodi sbagliati, farà cose giuste.
Sono necessari insegnanti che svolgano il proprio lavoro con passione, autorevoli e che facciano cose con autorevolezza, che agiscano mentre insegnano, che diano, al tempo, conoscenza ed esempio, saperi e modelli.
Insegnanti che vivano quel che insegnano, che siano proattivi e trasmettano energia, motivazione e forza ai ragazzi, gioia di imparare e crescere.

Può succedere che, a causa del passaggio dalla scuola del programma a quella della programmazione e della progettazione, si sia insistito, giustamente, sulla centralità dell’alunno, perdendo di vista l’insegnante.
Si è, infatti, parlato del docente come colui che guida, che negozia significati e precisa termini. Ciononostante guidare non è facile, non è banale. Tra guidare bene o male vi è la stessa differenza tra il professionista competente che fa cose giuste e l’altro che, pur competente, fa cose sbagliate e aiuta i malvagi.
Se la scuola vuole che i propri alunni diventino avvocati, ingegneri, informatici ma soprattutto, uomini giusti, deve affidarsi a insegnati giusti.
Lo stesso Erasmo da Rotterdam soleva dire, del resto, “il reciproco amore tra chi insegna e chi apprende è il primo e più importante scalino verso la conoscenza”.

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