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venerdì 23 dicembre 2011

2012: tre ragioni per essere meno pessimisti


Il Pil italiano è calato nel terzo trimestre 2011 dello 0,2 per cento. E le stime per il prossimo anno sono tutte negative. Ma è presto per fasciarsi la testa. Con l’euro che si deprezza, il quadro sarà grigio per il mercato interno e più roseo per l’estero, come già nel 2010 e 2011. E se l’aggiustamento fiscale sarà efficace e accompagnato da una svalutazione fiscale, già nel secondo semestre 2012 potrebbero arrivare sorprese positive da consumi e investimenti.
di Francesco Daveri*, Lavoce.info 


Oggi sono tutti d’accordo: nel 2012 ci sarà una seria recessione. Quanto “seria” lo ha quantificato il Centro studi Confindustria (Csc) che per il 2012 ha previsto un calo del Pil pari all’1,6 per cento. La stima del Csc è più pessimista (ma anche più recente) di quelle del Fondo monetario, della Commissione Europea e del governo. C’è poi chi (ad esempio, Sergio De Nardis) si basa sull’esperienza passata e sui calcoli del Fmi, concludendo che la previsione Csc è ancora ottimistica e che il vero calo del Pil 2012 per l’Italia potrebbe arrivare a 3 punti percentuali.
In realtà già un meno 1,5 per cento di crescita per il 2012 sarebbe un brutto colpo per la tenuta dei conti pubblici dell’Italia così faticosamente “messi in sicurezza” con le manovre dei governi Berlusconi e Monti. Con un Pil a meno 1,5, le entrate fiscali sarebbero minori del previsto e ci vorrebbe più spesa pubblica per assistere i nuovi disoccupati e cassintegrati. E il deficit 2012 non sarebbe più pari a 20 miliardi, l’1,2 per cento del Pil previsto dal governo, ma un numero più grande. Una regola calcolata per il passato dice che il deficit aumenta di circa mezzo punto di Pil per ogni punto di Pil perso. Dunque un calo di un punto e mezzo del Pil – un punto percentuale inferiore alle previsioni incorporate nella manovra – obbligherebbe Mario Monti a trovare altri 7,5 miliardi di euro per far quadrare i conti.

Insomma, se nel 2012 arriverà davvero una forte recessione, Monti dovrà fare un’altra manovra o contrattare una dilazione nei termini dell’aggiustamento fiscale con l’Europa e, in modo più cruciale, con i mercati. Capire se e in che misura l’attuale pessimismo sia giustificato o se esistano margini per essere meno pessimisti è quindi molto importante. In effetti, a mio avviso, l’ottimismo – il minor pessimismo – può avvalersi di tre argomenti principali.

Le previsioni non peccano sempre di ottimismo

Una prima cosa da considerare è che le previsioni economiche non peccano sempre di eccessivo ottimismo, anzi. Gli esempi di “al lupo, al lupo” abbondano. Prima dell’estate 2011 la quasi totalità dei commentatori aveva dato per morta e sepolta la ripresa Usa, schiacciata dai debiti privati, da un mercato immobiliare fermo, dalla disoccupazione cocciutamente alta. Invece, se guardiamo ai dati 2011, vediamo che, dopo il quasi stop del primo trimestre 2011, l’economia americana ha fatto registrare crescite trimestrali dello 0,3 e dello 0,5 per cento nel secondo e terzo trimestre 2011. E la crescita 2011 è venuta dopo una crescita del 3 per cento nel 2010 rispetto al 2009. La capacità di reazione dell’America dopo la crisi ha dunque finora sorpreso i pessimisti. Lo stesso può dirsi anche dell’economia cinese, data sempre in rallentamento negli ultimi dodici mesi, ma che continua a esibire una crescita non lontana dal 9 per cento. E anche per l’Italia non sempre le previsioni sono azzeccate: nei trimestri successivi all’inizio della ripresina 2009-2010 il cosiddetto superindice dell’Ocse aveva previsto un’economia italiana in recessione già nel terzo trimestre 2010. Certo, la crescita italiana ha continuato a essere modesta e pericolosamente vicina allo zero, ma la recessione – fino al secondo trimestre 2011 incluso – non si è vista. Anche di fronte al pessimismo unanime di oggi vale dunque la pena di porsi qualche domanda in più su come sarà davvero il 2012.

Mettere una pezza al problema può migliorare la fiducia

Ci sono poi altri due motivi più sostanziali di ottimismo (o minor pessimismo). Primo, la manovra Monti, per quanto ingiusta, recessiva e fatta di tasse al 92,5 per cento (per 18,5 miliardi su 20), interviene su una situazione già molto deteriorata. Durante l’estate 2011 c’è stato un drastico peggioramento della fiducia delle famiglie e delle imprese bombardate quotidianamente di cattive notizie, dall’Europa e dall’Italia. Il peggioramento di fiducia ha prodotto tangibili conseguenze negative sui dati congiunturali già nella seconda metà del 2011. I consumi delle famiglie e il Pil sono diminuiti dello 0,2 per cento nel terzo trimestre 2011, mentre il calo trimestrale della spesa pubblica e degli investimenti ha superato il mezzo punto percentuale. Non per caso l’indice della produzione industriale è tornato a valere 86,5 nell’ottobre 2011, cioè tre punti in meno rispetto al suo valore di ottobre 2010 e solo un punto in più del suo valore eccezionalmente basso dell’ottobre 2009. Lo stesso vale per fatturato e ordinativi: gli ordini dell’industria di ottobre 2011 valgono quattro punti meno che nello stesso periodo del 2010 e l’aumento di un punto del fatturato (a prezzi correnti) è poca cosa rispetto al ben più consistente aumento di costi subito dal settore nel corso del 2011. È naturale mettere in connessione il brusco peggioramento della congiuntura economica italiana nel secondo semestre 2011 alle cattive notizie europee e italiane che si sono succedute durante l’estate. Questo vuol dire che, molto prima della manovra Monti, sono state le cattive notizie sul futuro dell’Unione e le esitazioni estive del governo Berlusconi ad aver causato la recessione. Invece, come spiegava già molti anni fa l’attuale capo economista del Fondo Monetario Olivier Blanchard, l’approvazione di una manovra dura e piena di tasse quanto si vuole, ma che riesca ad allontanare lo spettro dal fallimento dall’economia italiana, se efficace nel contenimento del deficit, potrebbe portare a un assestamento delle aspettative per il futuro. Subite le bastonate di fine 2011 e inizio 2012 sulle tredicesime, sulla casa e sugli scaffali dei supermercati, le famiglie potrebbero ricominciare a consumare e le imprese a investire già nel corso del 2012.

Svalutare si può ed è efficace

Un’altra ragione addotta dai pessimisti è che l’Italia si troverebbe nel 2012 ad adottare politiche di bilancio restrittive senza potersi avvalere della svalutazione come strumento per riguadagnare competitività.  È vero: in passato la stretta fiscale di Amato fu addolcita dalla svalutazione del 20 per cento della lira, che oggi non c’è più. Ma non è vero che l’Italia non possa più avvalersi del deprezzamento del cambio. In realtà, lo sta già facendo. Proprio grazie alla crisi dei debiti sovrani, il cambio dell’euro nei confronti del dollaro, nonostante la politica monetaria super-espansiva della Fed, si è già svalutato del 10 per cento negli ultimi sei mesi. Un euro basso non aiuta le imprese italiane a esportare di più nell’area euro, ma le aiuta eccome a penetrare i mercati fuori dall’area euro, a cominciare da Svizzera, Stati Uniti, Russia e gli altri paesi emergenti, che in totale ormai rappresentano il 55 per cento circa dell’export totale dell’Italia. E c’è ragione di pensare che nel 2012 il guadagno di competitività continui. Progressi rapidi nei tentativi di rabberciare le istituzioni dell’Europa non sono in vista. Ma se anche a marzo 2012 si arrivasse a un nuovo grande accordo pan-europeo, non sarà attuato tanto in fretta. Nel frattempo, l’euro dunque continuerà a indebolirsi gradualmente. Non fino al collasso, però: i tedeschi hanno troppo da guadagnare dall’esistenza dell’euro, come testimonia il basso livello dei tassi che pagano sul loro debito pubblico, l’entità dei loro avanzi di bilancia commerciale verso l’Europa e verso il resto del mondo e la composizione degli attivi delle loro banche straboccanti di attività denominate in euro. Alla signora Merkel conviene continuare a sostenere lenti, ma continui progressi verso l’attuazione delle riforme discusse negli ultimi mesi. Se sarà così, anche nel 2012, come già nel 1993, la stretta fiscale sarà addolcita dalla svalutazione – dell’euro anziché della lira.
Nell’insieme, è legittimo aspettarsi un quadro grigio per i primi mesi del 2012, ma questo vale, come già nel 2010 e nel 2011, più per il mercato interno che per quello estero. Se l’aggiustamento fiscale sarà efficace e sarà accompagnato da misure più incisive volte a conseguire una svalutazione fiscale che complementi quella del cambio deprezzato, già nel secondo semestre 2012, invece della Grande Depressione, potrebbero arrivare sorprese positive da consumi e investimenti.


Francesco Daveri è professore ordinario di Politica Economica presso l’Università di Parma. Insegna anche nel programma MBA della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Ha collaborato con la Banca Mondiale, il Ministero dell’Economia e la Commissione Europea. Scrive sul Sole 24 Ore ed è membro del Comitato di redazione de LaVoce.info. La sua attività di ricerca riguarda soprattutto la relazione tra innovazione, produttività e crescita. Oltre a numerosi articoli su riviste internazionali e italiane, ha scritto Centomila punture di spillo con Carlo De Benedetti e Federico Rampini (Mondadori, 2008) e Innovazione cercasi (Laterza, 2006).

mercoledì 21 dicembre 2011

Gli economisti Stiglitz e Roubini: “Anno orribile per l’economia? Il 2012 andrà peggio”

(da ilfattoquotidiano.it) 

Per uscire dalla crisi sarebbe necessario un ripensamento radicale dell'economia e un maggiore ruolo della politica, per diminuire la crescente disuguaglianza tra le classi sociali. Ma i politici hanno finito le munizioni e continuano a sfuggire alle loro responsabilità. Di questo passo la fine dell'euro e un nuovo caos finanziario a livello internazionale sono dietro l'angolo
Non vediamo l’ora di buttarci alle spalle il 2011, annus horribilis degli attacchi speculativi all’euro, dell’austerity, di tagli, lacrime e sangue. Ma il 2012 sarà, se possibile, ancora peggiore. A dirlo sono i due grilli parlanti della finanza internazionale: il premio nobel per l’economia Joseph Stiglitz e il prof. Nouriel Roubini, uno dei pochi ad aver previsto con precisione la crisi finanziaria del 2007-2008, nella quale siamo ancora intrappolati. Interpellati dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt, i due economisti non hanno dubbi: l’anno prossimo ci attende una pesante recessione economica, caratterizzata da sempre maggiori disuguaglianze, da guerre valutarie e commerciali e, se non si riuscisse ad agire in tempo, dalla fine dell’Euro.

“La cosa positiva del 2011 è che, molto probabilmente, è stato migliore del 2012″, ha dichiarato Stiglitz. “Ma ci sono altri aspetti positivi: gli Stati Uniti sembrano aver finalmente preso coscienza del divario crescente tra la percentuale più ricca della popolazione e la massa degli americani. Mentre i movimenti di protesta dei giovani, dalla primavera araba agli “indignados” spagnoli, fino agli occupanti di Wall Street, hanno reso evidente che c’è qualcosa che non funziona assolutamente nel sistema capitalistico”.

Ma nonostante le sollevazioni popolari, con tutta probabilità i problemi politici ed economici dell’Europa e degli Stati Uniti sono destinati a peggiorare ulteriormente nei prossimi dodici mesi. “I capi di stato europei non si stancheranno di ripetere che l’euro deve essere salvato”, continua Stiglitz, “ma chi ha veramente il potere di intervenire con efficacia continuerà a sfuggire alle sue responsabilità, evitando di fare ciò che sarebbe necessario”. Anche perché tutti hanno capito che le probabilità di una pesante recessione continuano a crescere e tutti sanno che, senza crescita, non si possono alleggerire debiti pubblici sempre più pesanti, “ma nessuno fa niente per promuovere la crescita” e i governi europei si troverebbero ormai in una “spirale della morte”.

Per Nouriel Roubini la recessione non è solo probabile: è certa, almeno nella zona euro. Accompagnata da una crescita “anemica” negli Stati Uniti e da una flessione nell’economia della Cina e degli altri paesi emergenti. Ad affossare l’Europa – secondo Roubini – saranno la stretta creditizia che metterà in ginocchio le imprese, il peso del debito pubblico, la mancanza di competitività e i continui piani di austerity, che deprimeranno sempre di più i consumi e gli investimenti. “L’unica cosa che sta salvando, almeno temporaneamente, l’euro sono gli acquisti di titoli di stato da parte della Banca Centrale Europea”, spiega Stiglitz. “Che si sia d’accordo o meno, attualmente i singoli stati europei sono finanziati dalla BCE. I politici tedeschi hanno fortemente condannato questi interventi, ma non hanno offerto nulla in alternativa: le risposte della politica sono state incerte, senza entusiasmo, e, soprattutto, tardive”. Di questo passo lo scenario più probabile sembra essere caratterizzato da tagli ancora maggiori, economie deboli, disoccupazione crescente, deficit fuori controllo, mentre i politici europei “faranno il minimo possibile per raffreddare temporaneamente la crisi e, alla fine, ci sarà sempre più caos”.

Il premio nobel Stiglitz si spinge fino a immaginare la fine dell’euro nel 2012 o, in alternativa, un intervento deciso, risolutivo, da parte dell’Unione Europea. Anche se, molto probabilmente, “i politici continueranno ad esitare e l’Europa continuerà a soffrire e con essa tutto il resto del mondo”. Stiglitz non risparmia critiche nemmeno agli Stati Uniti, dove “nessun politico sembra voler vedere che le misure per il salvataggio del sistema bancario non sono state sufficienti per rilanciare l’economia”. Le conseguenze della crisi immobiliari sono ancora visibili e i bilanci familiari continuano a soffrirne, ma “nessuno schieramento politico presenterà un vero programma per un ripensamento totale dell’economia”, in modo da “diminuire le disuguaglianze” e ridurre il peso della finanza. Anche perché, come sottolinea invece Roubini, “la politica non ha più munizioni”: le politiche monetarie perdono progressivamente di efficacia mentre le politiche fiscali hanno un campo d’azione sempre più limitato, a causa di deficit e debiti crescenti e di nuove regole fiscali, sempre più stringenti.

Che fare? Secondo Stiglitz servirebbe molto più coraggio e determinazione da parte dei politici, soprattutto in Europa. In mancanza di interventi decisi, la lunga recessione partita nel 2008 potrebbe vivere nel 2012 una nuova fase. Ancora più pericolosa delle precedenti.

martedì 20 dicembre 2011

Il ministro si incensa, ma sbagliò quasi tutto: Tremonti e l’arte della crescita taroccata

di Stefano Felri (il Fatto Quotidiano)

Giulio Tremonti è tornato, in un’intervista a Lucia Annunziata su Rai3 ha criticato la manovra del governo Monti e ha rivendicato di non aver sbagliato una mossa nella gestione della crisi . 
É utile quindi ricordare quanto errate fossero invece le sue previsioni, come fa Stefano Feltri nel libro appena uscito per Aliberti “Il giorno in cui l’euro morì”.
 
  Tremonti e Berlusconi sbagliavano quando predicavano ottimismo oppure, davvero, la valanga della crisi dei debiti sovrani ha travolto tutto cogliendo di sorpresa l’Italia? Per rispondere bisogna partire da alcuni semplici numeri. La repentina perdita di fiducia degli investitori nella Grecia è dovuta alla scoperta che i bilanci erano truccati. Come puoi prestare soldi a qualcuno che si presenta benestante ma poi in realtà è irrimediabilmente in bolletta? Il governo di Atene aveva mentito sul deficit. Anche l’Italia, con Giulio Tremonti, ha mentito ai mercati. Ma con un tasso di furbizia maggiore, sul filo della legalità, senza presentare bilanci falsi ma abbellendo qualche cifra dove serviva, raccontando una versione edulcorata dell’economia così fasulla e così evidentemente sbagliata da sembrare una strizzata d’occhio agli investitori. Tremonti, con i suoi documenti del Tesoro, sembrava voler dire agli investitori: «Sappiamo tutti e due che quello che c’è scritto qui non è vero, ma non ci sono sorprese. 
Le balle sono solo quelle evidenziate». Cioè i numeri sulla crescita. Visto che i dati che interessano ai mercati sono tutti in percentuale, cioè conta quanto debito c’è rispetto alla ricchezza prodotta e non in assoluto, i numeri si possono truccare in due modi: o mentendo sul deficit, come ha fatto la Grecia, o gonfiando le stime di crescita, come ha fatto l’Italia.     
PRENDIAMO la Ruef, cioè la Relazione unificata di economia e finanza del 6 maggio 2010, firmata da Giulio Tremonti, in cui viene fissato ufficialmente il quadro economico in cui il governo deve operare negli anni futuri. Ecco cosa c’è scritto nella Ruef: “Dall’inizio di quest’anno i segnali di ripresa si stanno rafforzando. La crescita dell’economia italiana è stimata all’1,0 per cento nel 2010, all’1,5 per cento nel 2011 e al 2,0 per cento nel 2012”.    Da notare quel +2 per cento nel 2012, oggi sappiamo che ci aspetta la recessione, -0,5 per cento. Una crescita simile negli ultimi dieci anni si è vista solo nel 2006, anche l’1,5 previsto da Tre-monti per il 2011 sembrava un po' esagerato. Come era già prevedibile in quel momento, l’economia italiana nel 2011, nel 2012 e forse anche oltre avrebbe potuto soltanto arrancare attorno allo 0 per cento di crescita annua.     
MA A TREMONTI serve gonfiare la crescita, è l’unico modo per far sembrare le finanze sotto controllo, così il deficit rispetto al Pil risulta alto ma non eccessivamente preoccupante, cioè il 5,9 per cento nel 2010, 3,9 nel 2011 e 2,7 nel 2012. L’Italia sembra quasi virtuosa. A ogni documento del Ministero del Tesoro successivo, il quadro viene aggiustato per renderlo un po’ più simile alla realtà, annunciando al contempo i provvedimenti necessari per mantenere il deficit allo stesso livello delle previsioni e non dare l’impressione di essersi arresi. Già a settembre, infatti, Tremonti presenta un nuovo documento, la Decisione di finanza pubblica, che è la base su cui costruire la Finanziaria (cioè la legge di bilancio) per gli anni 2011-2013. Si cambiano i dati di qualche zero virgola, correggendo un po’ al ribasso, ma si rassicura sul fatto che nel 2012 e nel 2013 ci sarà un boom. E quindi tutto è sotto controllo. Per essere uno che si vanta di aver previsto tutto, Tremonti commette errori non da poco: anziché sentire l’arrivo dei venti della recessione globale, li scambia per refoli di ripresa.

venerdì 16 dicembre 2011

QUALE SCUOLA?

Se la scuola dovesse essere un’agenzia formativa di natura prettamente addestrativa, non avrebbe un futuro.
Se dovesse limitarsi a constatazioni del tipo: il ragazzo conosce questo, sa applicare le seguenti regole, in tali situazioni agisce con competenza, utilizzando queste soluzioni, la scuola avrebbe poche chance di sopravvivere.
Basta un monitor, un computer, il collegamento internet, un insegnante virtuale e il gioco è fatto: stessi risultati, stesse conoscenze, stessa preparazione, ma più economicità, comodità e velocità.
C’è Internet, ci sono i corsi on line, le piattaforme e-learning che, giorno dopo giorno, diventano sempre più numerose, più ricche di contenuti e soluzioni di apprendimento.
Ci si registra, si sceglie il corso che interessa, si studia su materiali aggiornati, multimediali, interattivi, videolezioni che possono essere viste e riviste, dispense, link a siti o pagine web particolari.
Poi si controllano le conoscenze mediante test strutturati che verificano i progressi e che consigliano quali parti del corso rivedere.
C’è la possibilità di monitorare il tempo di collegamento nella piattaforma, quale materiale didattico si è scaricato, quali video sono stati visionati. C’è il forum, la chat, il newsgroup con cui si può colloquiare con altri corsisti e con i tutor, chiedere chiarimenti, risoluzione di problemi, consigli.
Ci sono le videoconferenze sincrone, c’è la tecnologia VoIP con cui si può videocomunicare e condividere contemporaneamente una lavagna su cui inserire schemi, mappe, disegni, scritti, link. Tutto questo è apprendimento collaborativo, comunità di apprendimento on line, apprendimento costruttivista sociale, cooperative learning.
C’è, poi, la FAD (formazione a distanza) dell’ultima generazione, il web 2 e i learning object.. In qualsiasi momento e luogo ci si scarica il podcast di una lezione e la si ascolta con un semplice smartphone. 
In qualsiasi momento si possono ricevere le news grazie agli rss (really simple syndication), il più popolare formato per la distribuzione dei contenuti web.
Queste tecnologie traducono facilmente in realtà quello che l’Unione Europea, sin dalla sua costituzione (si pensi ai libri bianchi di Delors e Cresson, rispettivamente) e ancor prima l’UNESCO (con P. Lengrand, il rapporto Faure e lo stesso Delors), hanno auspicato (“l’utopia necessaria”): la formazione durante tutto l’arco della vita (LLL program), l’educazione degli adulti, la formazione continua.
Per giungere a un’economia basata sulla conoscenza più competitiva del mondo, attraverso la “triangolazione”: capitale umano, apprendimento permanente, innovazione (Lisbona 2000).
C’è, poi, l’”University of Everywhere“, fresca realtà dell’università di Stanford, realizzata da collaboratori del colosso Google e dal visionario prof. S. Thrun, docente di Intelligenze Artificiali che già coinvolge centinaia di migliaia di studenti sparsi per il mondo.
Tutto ciò rappresenta una rivoluzione nel mondo dell’apprendimento e dell’istruzione più evoluta e innovativa dai tempi di Socrate.
Un rischio, però, c’è.
Oltre alla possibilità di cheating, come nei metodi tradizionali del resto, i corsi on line potrebbero essere votati dagli allievi come i libri su Amazon (e qui nulla da obiettare), gli insegnamenti venduti come aste su eBay, gli studenti conquistare crediti dei livelli di abilità come nei videogiochi.
Si passerebbe, in tal modo, a un suk della formazione.
Per evitare ciò, dunque, se la scuola vuole continuare ad esistere, deve essere unica, insostituibile, dare di più e meglio.

L’avvocato che aiuterà un potente mafioso che ha ucciso o fatto soffrire della gente innocente, avrà ricevuto una buona educazione scolastica?
L’ingegnere che contribuisce ad arricchire con illeciti guadagni l’imprenditore edile, risparmiando sui materiali, inquinando e distruggendo l’ambiente, mettendo a rischio la vita di persone, potrà dirsi alunno di una scuola efficace?
Il dottore in economia, manager di un’azienda, che fa guadagnare i propri azionisti grazie a licenziamenti selvaggi e chiusure di fabbriche, con relativo trasferimento in paesi del tutto privi di diritti sindacali e i minori sfruttati,  sarà un degno esempio di riuscita educativa?
La scuola frequentata dall’informatico che realizza siti per pedofili, che spingono lo sfruttamento alla prostituzione o che sottrae informazioni riservate ad aziende e privati illecitamente, potrà andare fiera del risultato ottenuto?

Dunque non solo bravi professionisti, avvocati, ingegneri, informatici o economisti competenti.
Soprattutto uomini e donne, libere cittadine, persone autonome, dotate di senso critico, di iniziativa, attive nel recepire nuova cultura e capaci di muoversi nella società globale dell’informazione.
Per questo conoscenze, abilità e competenze dovranno essere impregnate da questi due paradigmi epistemologici, oserei dire fondanti, opera resa sostenibile grazie alle indicazioni di alcune fondamentali leggi dell’ultimo decennio.

 - Non si può imparare perdendo di vista l’uomo e il pianeta su cui vive. Tutto quello che avviene nel mondo influenza ogni persona e, nello stesso tempo, ognuno di noi ha la responsabilità di interferire sugli altri e sul proprio ambiente. E’ sbagliato concepire la complessità umana frazionandola e compartimentando le scienze, dalla letteratura e dalla filosofia. Sarebbe quindi giunto il momento di porre fine alla guerra tra discipline, scientifiche contro umanistiche, matematica contro italiano, avviata da Giovanni Gentile.
L’uomo, il suo pianeta, il suo cosmo, possono essere conosciuti attraverso la totalità dei punti di vista: quella biologica e fisica, quella delle idee del suo pensare e della sua storia, il suo ambiente, l’arte e la poesia.
Il vocabolo “diverso” dovrebbe essere usato solo per capire, discernere, analizzare ma, poi, è necessario ricomporre, far rientrare nel tutto.
Gli esseri umani, avendo gli stessi problemi di vita o di morte, all’interno dello stesso habitat, vivono in una stessa comunità di destino. Tutto questo conduce alla comprensione dell’altro, del proprio simile, alla capacità di effettuare il transfert, allontanando quell’egocentrismo che, come avveniva nei bambini studiati da Piaget, non ci permette di vedere il mondo con gli occhi e con la testa degli altri.
Tutto questo per una prospettiva etica del genere umano fondata sulla democrazia globale di una comunità planetaria, sulla cittadinanza terrestre la cui patria è il pianeta Terra, il villaggio globale di McLuhan.

- La conoscenza deve, inoltre, essere contestualizzata, mai estrapolata dal resto, cogliere il legame delle parti con lo scopo di capire il tutto. Separare le parti, studiarne i dettagli, quindi inserirle nel tutto e, nel fare questo, considerare la possibilità dell’errore insito nella stessa conoscenza. Il principio di indeterminazione di Heisenberg e il teorema di incompletezza di Godel sarebbero da soli sufficienti a comprendere quanto sia fondamentale l’approccio all’errore e quanto errato accettare acriticamente teorie omnicomprensive che, da sole, pretendono di spiegare il tutto.
 L’alternativa è, quindi, gestire l’errore e l’incertezza. In caso contrario si replicherebbe la possibilità di essere abbagliati da credenze, miti, postulati e assiomi sovradeterminati.
Come Platone scrisse dei prigionieri incatenati nella caverna o Bacone degli idola theatri.
E ciò può succedere quanto più la “conoscenza” vive in splendida solitudine e lontana dal globale.

Per ottenere tutto questo, sono necessari insegnanti “giusti” perché, come affermava C. Rogers, una persona sbagliata che adotta metodi giusti, farà cose sbagliate, viceversa se una persona giusta, adotta metodi sbagliati, farà cose giuste.
Sono necessari insegnanti che svolgano il proprio lavoro con passione, autorevoli e che facciano cose con autorevolezza, che agiscano mentre insegnano, che diano, al tempo, conoscenza ed esempio, saperi e modelli.
Insegnanti che vivano quel che insegnano, che siano proattivi e trasmettano energia, motivazione e forza ai ragazzi, gioia di imparare e crescere.

Può succedere che, a causa del passaggio dalla scuola del programma a quella della programmazione e della progettazione, si sia insistito, giustamente, sulla centralità dell’alunno, perdendo di vista l’insegnante.
Si è, infatti, parlato del docente come colui che guida, che negozia significati e precisa termini. Ciononostante guidare non è facile, non è banale. Tra guidare bene o male vi è la stessa differenza tra il professionista competente che fa cose giuste e l’altro che, pur competente, fa cose sbagliate e aiuta i malvagi.
Se la scuola vuole che i propri alunni diventino avvocati, ingegneri, informatici ma soprattutto, uomini giusti, deve affidarsi a insegnati giusti.
Lo stesso Erasmo da Rotterdam soleva dire, del resto, “il reciproco amore tra chi insegna e chi apprende è il primo e più importante scalino verso la conoscenza”.