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giovedì 16 febbraio 2012

DA B. A DELLA LOGGIA TUTTI TIFOSI DEL POOL


MEMORIA CORTA
di Gianni Barbacetto Peter Gomez e Marco Travaglio

 I commentatori si schierano in grandissima maggioranza dalla parte di Mani Pulite. A cominciare da molti che si trasformeranno, anni dopo, in critici implacabili della magistratura. Fin dal 1992 Ernesto Galli della Loggia, editorialista prima della Stampa e poi del Corriere, definisce i partiti “combriccole di malandrini”. Aggiunge che “tutti hanno rubato”. E sentenzia: “È già molto se, dopo gli estenuanti e annosi riti giudiziari che sono in Italia la regola, dopo gli indulti, le amnistie, i patteggiamenti e gli arresti domiciliari, alla fine si riesce a mandare in galera qualcuno per un lasso di tempo non proprio ridicolo”.

   ANCOR più deciso, nell’inneggiare al pool e nell’attaccare i tangentisti, è un docente lucchese di Epistemologia, Marcello Pera, che diventerà parlamentare di Forza Italia e presidente del Senato. “Come alla caduta di altri regimi – scrive per esempio sulla Stampa il 19.7.93 – occorre una nuova Resistenza, un nuovo riscatto e poi una vera, radicale, impietosa epurazione (...). Il processo è già cominciato e per buona parte dell’opinione pubblica già chiuso con una condanna (...). La rivoluzione ha regole ferree e tempi stretti”.
   Vittorio Feltri, direttore de L’Indipendente, esulta a ogni arresto: “Ma questa è una pacchia, un godimento fisico, erotico. Quando mai siamo stati tanto vicini al sollievo? Che Dio salvi Di Pietro” (15.6.92). E quando Craxi, che lui chiama “il cinghialone”, riceve il primo “avviso”, non si trattiene: “Mai provvedimento giudiziario fu più popolare, più atteso, quasi liberatorio di questo firmato contro Craxi (...). Di Pietro non si è lasciato intimidire dalle critiche, dalle minacce di mezzo 
mondo politico (diciamo pure del regime putrido di cui l’appesantito Bettino è campione suonato) e ha colpito in basso e in alto, perfino lassù dove non osano nemmeno le aquile. Ha colpito senza fretta, nessuna impazienza di finire sui giornali per raccogliere altra gloria. Craxi ha commesso l’errore (...) di spacciare i compagni suicidi (per la vergogna di essere stati colti con le mani nel sacco) come vittime di complotti antisocialisti (...). È una menzogna, onorevole: che cosa vuole che importi a Di Pietro delle finalità politiche). I giudici lavorano tranquilli, in assoluta serenità: sanno che i cittadini, ritrovata dignità e capacità critica, sono dalla loro parte. Come noi dell’Indipendente, sempre” (16.12.92). “Non si può pretendere di guidare un partito avendo in tasca un avviso di garanzia. L’avviso di garanzia è un modo gentile per dire ‘caro mio, sei dentro fino al collo nell’inchiesta sulle tangenti’”» (20.7.92). E Marcello Pera, sulla Stampa (3.7.92): “Un ministro che, pur essendo in grado di provare la propria innocenza, si dimette per essere stato sospettato e accusato, darebbe oggi agli italiani la più efficace dose di fiducia”. (…)
   Il 29 aprile 1993 la Camera respinge quattro richieste di autorizzazione a procedere contro Craxi. Galli della Loggia denuncia 
“l’estrema gravità” del “voto parlamentare largamente assolutorio per Craxi”. E aggiunge: “Dopo quel voto è ormai chiaro che sulla scena pubblica esiste un nocciolo duro di malaffare politico e corrotta intrinsichezza con la proporzionale, che ha il suo epicentro nei due principali partiti delle vecchie maggioranze (Dc e Psi)” (…)
   I PEGGIORI accusatori di Craxi, almeno in quei mesi a cavallo fra il 1992 e il 1993, sono proprio i suoi compagni socialisti. Prontissimi a saltare giù dal carro del perdente e a giocare allo scaricabarile. Gennaro Acquaviva, capogruppo del Psi al Senato e capo della segreteria di Craxi: “Certo, per gran parte della classe politica la famiglia si è rivelata una sciagura. E non parlo solo di Craxi...” (16.12.92). Don Gianni Baget Bozzo, politologo ed europarlamentare socialista: “Craxi doveva andare a Milano e chiedere perdono. C’è una questione morale, prima che politica. 
Nel centenario del Psi, chiedere scusa per le tangenti incassate sarebbe stato un atto comprensibile” (11.9.92). Ottaviano Del Turco, segretario aggiunto della Cgil in quota Psi: “Non mi stupisco affatto dell’esistenza del partito degli affari nel Psi. Ho sempre denunciato quelli che brillano per la luce dei soldi, come Paperon de’ Paperoni” (15.5.92). E ancora: “Al congresso di Rimini del 1987 parlai contro i rampanti, gli arricchimenti facili dei compagni del partito. Un’ovazione. Il giorno dopo parlò Dell’Unto: ‘Ma che d’è ’sta questione morale? ’Sta cazzata? Certo non riguarda il Psi’. E giù applausi...” (11.2.93). Rino Formica: “I craxiani sono personaggi che non riuscivano a realizzare il socialismo e allora cercavano almeno un po’ di benessere...” (1.11.92); “Craxi si comporta da stalinista, usa metodi autoritari e dispotici” (13.11.92). Persino Bobo Craxi prende le distanze dal genitore: “Non rinnego quanto ha fatto mio padre, ma non mi sono mai considerato craxiano. Nessuno è indispensabile” (10.9.92). La sorella Stefania è costretta a replicargli: “Mio fratello Bobo è vissuto nella scia di mio padre, ha creduto che bastasse chiamarsi Craxi per fare politica e farla bene” (30.10.92). Paolo Pillitteri, cognato di Craxi, ex sindaco e ora deputato, è addirittura sdegnato: “Io la chiamerei Cupola. Sì, questo termine rende l’idea di quel che è successo fra politici e imprenditori a Milano” (3.5.92). L’ex ministro Francesco Forte, senatore, vorrebbe addirittura dimettersi da socialista: “Sono stufo di andare a comprare i giornali e sentirmi dire: ‘Ma questo non è ancora in galera?’. Mi vergogno di essere un politico e per giunta socialista” (9.7.92). Ben presto dimenticheranno tutto (…).
   Il 27 agosto 1993 i magistrati di Milano dispongono il giudizio immediato di Sergio Cusani per la maxitangente Enimont. Giuliano Spazzali, il suo avvocato, intuisce che gran parte della partita processuale si giocherà in televisione. Così, in settembre, chiede udienza a Silvio Berlusconi e va a trovarlo (“per la prima e ultima volta”, assicura) ad Arco-re. Chiede uno spazio televisivo sulle reti Fininvest per illustrare le ragioni della difesa.
   MA IL CAVALIERE sembra non capire, distratto da tutt’altri pensieri. “Non riuscii a infilare più di sei parole”, confida Spazzali agli autori di questo libro: “Berlusconi, nel suo maglioncino blu, parlò per più di un’ora e mezza, ma di tutt’altro argomento: mi spiegò che, nella stanza accanto, si stava lavorando perché c’era la necessità di rifondare le organizzazioni politiche”. Fervono i preparativi per il battesimo di Forza Italia. Ma allora nessuno se ne accorge. Epoca, il settimanale della Mondadori (gruppo 
Fininvest), offrirà ai suoi lettori due videocassette a cura del Tg5 con le sequenze più spettacolari del teleprocesso a Cusani, commentate con enfasi da Andrea Pamparana ed Enrico Mentana. Il nazionalpopolare Tv, sorrisi e canzoni pubblica una copertina con il titolo “Di Pietro, facci sognare”. Giornali e tv del Cavaliere, ormai con un piede in politica, seguitano a “tifare” Di Pietro. E chi se ne importa del garantismo e delle ragioni della difesa. Nel maggio ‘94, vinte le sue prime elezioni, Berlusconi offrirà a Di Pietro il ministero dell’Interno. Ma il pm rifiuterà. Il 6 dicembre Di Pietro si dimetterà dal pool. E Berlusconi commenterà: “Le dimissioni di Di Pietro, un magistrato che si era guadagnato il rispetto di tutti gli italiani , lasciano l’amaro in bocca. Le sue inchieste esprimevano una grande ansia di verità” (6.12.94).

   “Penso di incontrarlo molto presto: Di Pietro in politica potrebbe essere un’ottima cosa... La sua spinta alla moralizzazione sarebbe un patrimonio prezioso per il Paese... Ho sempre riconosciuto il ruolo svolto dai magistrati nella lotta al sistema perverso della Prima Repubblica. E le tv e i giornali della Fininvest sono sempre stati in prima linea nel difendere i magistrati e in particolare Antonio Di Pietro. Dal Tg5 al Tg4, da Panorama a Epoca , al Giornale. Ho messo in guardia dai rischi di strumentalizzazione politica, ma sempre ricordando il merito complessivo della magistratura, e di Di Pietro soprattutto... Le intemperanze di Sgarbi non possono far dimenticare tutto l’appoggio dato dalle reti e dai giornali Fininvest ai magistrati” (7.12.94). Un omonimo di Silvio Berlusconi? No, proprio lui.

martedì 27 dicembre 2011

G. Bocca: "il PD è come il PSI di Craxi"

(da ilfattoquotidiano.it)


Il giornalista: "In quanto a onestà la sinistra è la stessa cosa della destra. Bersani non dovrebbe fare un passo indietro, ma buttarsi a mare. Il pericolo, ora, è che questa classe dirigente (tutta) faccia un golpe per evitare la galera"


Due squilli e il ricevitore si alza. Poi non fai nemmeno in tempo a concludere una domanda – sulla questione morale a sinistra – che la risposta è questa: “Ma è la solita storia della corruzione politica: tutti i partiti, in tutte le epoche, quando amministrano hanno bisogno di soldi e li rubano. Nulla di nuovo sotto il sole”. Dall’altra parte, l’accento cuneese di Giorgio Bocca, scrittore e firma di Repubblica dell’Espresso. Che, con il tono mite di un neo 91enne, aggiunge il seguente siluro: “Soprattutto nulla di nuovo rispetto a Craxi”.
Vede analogie tra il Pd e i tempi d’oro del Psi piglia-tutto?
Macché analogie. Vedo un’assoluta identità.
Perché?
Craxi diceva: i mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà.
Ce lo spieghi meglio. 
C’è poco da spiegare: rubano tutti. Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi. La via è comune.
Nella sua similitudine tra Pd e Psi non torna solo la lungimiranza. Il partito di Craxi fu annientato dagli scandali. Il Pd vuol fare la stessa fine? Non è vero che la storia insegna? 
Historia magistra? Mah. Guardi, le dico questo: alla fine della Guerra io e altri partigiani pensavamo che il Partito socialista avrebbe cambiato il modo di fare politica in Italia. Nel giro di pochi anni tutte le persone per bene e oneste sono state cacciate da quel partito. Dove sono rimasti solo i furbi e i ladri. Vuol farmi dire che la politica è cambiata? Non lo penso.
Non voglio farle dire nulla: le chiedo come può la dirigenza del Pd essere così miope. 
Non c’è nessun disegno politico, questa è la cosa grave. C’è l’istinto, in chi fa politica, di usare i mezzi più facili.
Quali sono?
Mettere le mani sul denaro e corrompere. Non mi pare si tratti di altro.
Tangentopoli non è servita. 
Vista dal punto di vista di uno storico no. Andiamo ancora più indietro. Che ha fatto Giulio Cesare quando aveva consumato il suo patrimonio? S’è fatto mandare in Spagna, dove ha rubato talmente tanto che è tornato a Roma ricchissimo. Ha armato un esercito e si è impadronito del potere. Le dinamiche sono abbastanza chiare.
Bersani dovrebbe fare un passo indietro, considerando i suoi rapporti stretti con Penati?
Altro che far passi indietro. Dovrebbe fare un tuffo nel mare.
Ci sono stati tempi in cui la politica era diversa?
Forse solo nelle grandi emergenze, durante le guerre, si sono visti politici onesti e disposti anche a farsi fucilare per la libertà. Ma quando la politica diventa amministrazione scade, di solito, a un livello bassissimo. Non conosco oggi un politico che sia stimabile come persona privata. Un uomo come me, che a vent’anni comandava una divisione partigiana, aveva tutte le opportunità di impegnarsi in politica. Ma ho capito immediatamente che era un rischio da non correre. E non me ne sono pentito. Mai.
Così non c’è scampo. 
Come si fa a sperare? Io non vedo segni di cambiamento.
Non dappertutto è così. Nella maggior parte dei Paesi a regime democratico l’etica pubblica è un valore. 
Dove si sono stabilite – almeno in minima parte – le regole del gioco, il codice viene rispettato. Noi le avevamo stabilite, ma le abbiamo anche mandate all’aria. Dopo la guerra partigiana e la Liberazione dell’Italia, l’onestà è stata, per quasi mezzo secolo, un valore condiviso. Allora i partiti rubavano, ma lo facevano con cautela e vergognandosene quando venivano scoperti. Ora si ruba senza nemmeno vergogna.
È una questione statistica. Essere indagati o imputati, per i politici, fa quasi curriculum…
Sì, è un metodo. Un sistema: lo diceva oggi (ieri, ndr) nel suo articolo sul Fatto Nando Dalla Chiesa, una persona che stimo, come del resto stimavo molto suo padre. Però anche lui non scrive a chiare lettere: lì c’è gente che ruba. Con i nomi e i cognomi.
Siamo ancora nella fase delle indagini preliminari. Diventa un reato fare certe affermazioni prima dei processi. 
Sì, ma mi ha stupito il tono di Dalla Chiesa, troppo leggero. Oggi è impossibile dire a un politico che ha rubato “hai rubato”. Ma allora cos’è questo giro di affari, soldi, tangenti?
Bersani, all’alba della vicenda Penati, minacciò querele a destra e a manca. 
È vero, infatti mi sono ben guardato dallo scrivere articoli sull’argomento. Le querele volano e i giornali nemmeno ti sostengono. Un tempo mi sarei lanciato nella discussione, stavolta non l’ho fatto anche con un senso di paura.
Al di là dell’opportunità, secondo lei dire “faremo una class action contro i giornalisti” è un discorso politico?
La classe politica rivendica il diritto di far paura alla stampa.
Più che politica è arroganza. 
I potenti dicono: state zitti perché comandiamo noi.
Non sono comportamenti molto diversi da quelli dei partiti di governo. 
Berlusconi è più moderno, ha capito che con il denaro si risolve tutto. La sua calma si legge così: io li compro e tanti saluti. Gli altri, semplicemente, non hanno abbastanza soldi. E hanno delle preoccupazioni d’immagine. Ma come fa Penati a difendersi?
I democratici si sentono – e si professano – molto diversi dal centrodestra. 
Certo che si dicono diversi. Lo fanno perché agli occhi della pubblica opinione non vogliono apparire uguali agli altri. Uguali ai ladri.
Vede pericoli?
L’unico pericolo è che questa intera classe dirigente, per non andare in galera, faccia un golpe.
Un loro azzeramento no?
Proveranno a tirare avanti, come han fatto fino a ora. Chi ha i soldi se la cava. Cesare è ricordato come uno dei più grandi uomini politici della romanità ed era uno che confessava candidamente di aver rubato. Però potrebbe arrivare anche un moto d’ira popolare che li manda tutti a casa. Mi trovo di fronte a un’umanità incomprensibile. Un politico che ruba, sa di essere al di fuori dell’etica. Eppure lo fa. Io veramente non li capisco.
Crede che la prudenza dei vertici del partito sulla questione Penati vanificherà il successo delle amministrative e dei referendum?
Mi pare che ci sia un fraintendimento su questo nuovo interessamento alla politica. Lo scambiamo per un cambiamento morale. Ma è più che altro una moda.
Ha compiuto 91 anni tre giorni fa…
… quindi posso dire tutto, anche le sciocchezze?
No, le chiedevo cosa direbbe a un ragazzo italiano di vent’anni. 
Gli direi: “Non rubare”. Si vive meglio da onesti. L’onestà è l’unica riserva per sopportare questa vita terrena, che è piena di insidie e porcherie.
Evangelico.
Certo. Sono sempre più cattolico.

lunedì 19 dicembre 2011

L'"eredità"

Ancora sulla balla dell'eredità sul debito pubblico.
Dati forniti da Oscar Giannino (Libero, Panorama, Riformista, Radio24) su Chicago-blog.
Si noti che anche nella seconda repubblica l'impulso maggiore al debito lo diede Craxi (compare di B.), esatto quel grande statista scappato in Tunisia per non essere arrestato a cui vogliono dedicare piazze.
Quindi, la prossima volta che, a causa del "debito pubblico" vi faranno andare in pensione a 80 anni con 100€ o che vi dimezzeranno lo stipendio o che chiuderanno ospedali o accorperanno scuole con 3000 alunni, non maledite a casaccio "chi coio coio".
Il responsabile ha un nome e un cognome.
Non se ne vogliano coloro che, in questi anni, allegramente hanno cantato "menomale che Silvio c'è".
Si capisce perchè Minzolini & Co in questi anni, invece di mostrare grafici come quelli di sopra, facevano servizi che erano l'apologia all'inutilità?